Raccolta di articoli ed informazioni sui rifugiati di Viale Forlanini e sui loro paesi di origine

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Intervista a Michael Kidane.

Ci puoi fare un quadro della situazione nel Corno d'Africa?

Ci troviamo di fronte a lunghissime trattative che si chiudono e crisi che potrebbero inasprirsi a breve. Se, da parte dei paesi di questa area esiste una forte necessità di chiudere le vecchie dispute, sia interne che regionali in modo di poter trovare una stabilità interna; si nota, da tempo, seppur lentamente, una politica di rioccupazione degli USA di posizioni strategiche in questa importante area geografica mondiale. Diciamo rioccupazione, perché come ben noto, dopo la fine della seconda guerra mondiale gli USA, installarono una delle più importanti basi militari di controllo della regione, ad Asmara, la capitale dell'Eritrea, poi di seguito alla metà degli anni settanta costretti ad abbandonarla durante la guerra di resistenza del movimento di liberazione eritreo.

Si è parlato della guerra in Iraq anche come una lotta per i giacimenti petroliferi. Nella Regione, quale ruolo hanno avuto e hanno le grandi compagnie petrolifere?

Negli anni ottanta la Chevron scopre importanti giacimenti di petrolio in Sudan ma, considerando il mercato del petrolio, decide a congelare tutto. Quando il governo sudanese di Sadiq Al Mahdi accennò ad una protesta venne rimosso immediatamente. La presa del potere da parte degli islamici di Turabi non era calcolata o prevista e questa ha abortito tutti i piani Chevron portando capitali ed expertise Cinesi e Malesi allo sfruttamento del petrolio nel Sudan. La Chevron fece di tutto per reinserirsi nel piano ma inutilmente. Allora si rivolse ai propri strateghi ed ai 'think tank' della Rand Institute per preparare una politica Africana per 'Amministrazione USA. Si sa che fino a quel momento lo State Department di Powell non aveva nessuna politica Africana e non era una sua priorità. Cosi si richiama Garang (SPLA), si crea la crisi nel Darfour. Lo State Department interviene con tutte le sue forze di ricatto per far inginocchiare il governo Sudanese. L'Etiopia è sempre stata avversa ad una soluzione Somala o Eritrea che non tenga in considerazione i suoi interessi. Di nuovo intervengono i 'think tank' e, l'Etiopia, i cui governanti di oggi sono giunti al potere grazie ad un intervento USA, che ha invitato l'ex dittatore Menghistu ad andarsene pacificamente, è "persuasa" ad accettare l'ultima pax americana per la Somalia e per l'Eritrea. Purtroppo, oggi per l'Africa non si pretende nemmeno la copertura della democrazia imposta o quella della governabilità. Per l'Africa bastano o sono necessari delle dittature che garantiscono la cosi detta stabilità che può essere utile agli scopi della Chevron. Queste dittature le si possono togliere, cambiare o destabilizzare a volontà o a necessità. Il concetto è quello di impossessarsi delle importanti risorse di questi paesi, e le dittature corrotte sono in questo momento il mezzo migliore, sono ricattabili, si possono intimidire e sono corrotti.

Il Darfur usato come arma di scambio o come deterrente?

E' ben noto che la crisi nel Darfour è stata appositamente creata, per cercare di condizionare il governo sudanese sempre di più alle forti pressioni interventiste degli USA. Sia la regione del Darfour che quella a sud del Kourdufan, sono attualmente considerate due zone che galleggiano su un lago di petrolio.

Nello scacchiere mondiale la Cina si sta proponendo come vera seconda potenza mondiale. Anzi, secondo gli esperti, tra una decina di anni, diventerà la prima potenza economica mondiale. Qual è il ruolo di questo Paese nello scacchiere africano?

La Cina, che è uno dei tre paesi che hanno investito ingenti somme nella costruzione dell'oleodotto più importante del Sudan in cambio di acquisizione del greggio sudanese, non intende trovarsi tagliata fuori da questi rifornimenti indispensabili, per le sue industrie. Gli USA spingono che tali ricchezze entrino sotto il proprio controllo politico ed economico. Secondo alcune previsioni, gli Usa nei prossimi anni dipenderanno per il 20% del loro fabbisogno di greggio da queste regioni, è proprio per questo motivo, da tempo addestrando in alcuni paesi africani (Mali, Niger, Chad e Mauritania) delle forze militari da loro definite 'di rapido intervento', a garanzia di protezione dei progetti futuri di estrazione del greggio in questa area, visto che i paesi del medio oriente sono considerati ad alto rischio di guerre ed instabilità interna. Sostanzialmente, in questo momento l'obbiettivo degli americani è quello di creare una linea retta da loro controllata che parte dalla cosi detta zona disastrata del Darfour fino all'Oceano Atlantico. E' se i loro piani di "pacificazione" della Somalia, Etiopia ed Eritrea avanzeranno, la linea diretta che va dall'oceano Indiano all'Atlantico verrebbe coronata da un successo. Ecco che la partita che si gioca sulla questione Sudan, in questo momento assume un'importanza rilevante per il futuro assetto geopolitico di tutto il Corno d'Africa.

Quale sarà il futuro dell'Eritrea e quale il ruolo dei Paesi africani?

In queste condizioni, il futuro dell'Eritrea rimane incerto. Da una parte il regime di Isayas oramai internamente in piena crisi totale ed a livello internazionale isolato, cerca di approfittare di eventuali spazi politici che trova aperti nella regione per cercare vie di uscita e garantirsi una sopravivenza, la più lunga possibile. L'invito del presidente Yemenita Abdullah Saleh ad assumersi il ruolo di mediatore sulle tensioni tra l'Eritrea e il Sudan, per Isayas e una manna che scende dal cielo, da abbracciare al volo. Ma l'iniziativa di Abdullah Saleh è frutto di una ben precisa decisone che giunge dall'altra sponda dell'Atlantico. Di fatti, dal 4 al 6 novembre '04, con lo sponsor dell'Università di Harvard la "Belfer Center of Science an International Affairs" ed il "The World Peace Foundation", viene svolta a Washington DC una conferenza sul tema "Examining the 'Bastion' of Terror: Governance and policy in Yemen and the Horn of Africa", alla quale partecipano tre ex ambasciatori USA in Etiopia. Le indicazioni che vengono fuori da questa conferenza sono quello di "...aiutare lo Yemen ad uscire dalla cronica disoccupazione, ampliare la presenza politica nel Sudan...ecc.". Dal canto loro, le forze di opposizione eritree, che da tempo lavorano per guadagnarsi credibilità politica nella regione, a margine del summit tenuto a Khartoum da parte dei tre paesi dell'asse, Etiopia, Yemen e Sudan lo scorso 27-28 dicembre, riescono ad avere l'opportunità di poter incontrare sia la delegazione etiopica che quella sudanese (non quella yemenita), dalle quali ricevono parole di sostegno, ma anche impegno se l'opposizione eritrea riesce ad unirsi in un'unica rappresentanza comune. In risposta, il 29 dicembre, le organizzazioni dell'opposizione eritrea si incontrano e decidono di convocare un convegno di tutta l'opposizione da tenersi nella capitale sudanese il 12 gennaio del 2005. All'interno di questo quadro, in questo momento il ruolo dell'Etiopia viene considerato dagli USA indispensabile per accelerare i tempi di realizzazione di questo piano, mentre i piccoli paesi come l'Eritrea, Gibuti, il Somaliland e la Somalia, già di per se deboli internamente per causa di governi antipopolari, sono destinati a subire le conseguenze di questi accordi fatti sulle loro teste.

Vincenzo Greco


INTERSOS LASCIA IL PAESE
DENUNCIANDO LA VIOLAZIONE DEI DIRITTI UMANI

Prigionieri di coscienza, servizio di leva esteso a tempo indeterminato, oppositori politici imprigionati, assenza di tutele giuridiche, uso dei tribunali speciali, militarizzazione delle amministrazioni, continuo stato di guerra a copertura degli errori e dell'incapacità del regime dittatoriale: la situazione dei diritti umani in Eritrea è denunciata da Amnesty International ed è stata verificata da INTERSOS che, all'inizio del 2003, ha deciso di lasciare il Paese.
L'Italia, perfino davanti all'umiliazione dell'espulsione del proprio Ambasciatore, continua invece a ritenere che sia un regime da aiutare.
Alcuni di INTERSOS hanno sostenuto la causa dell'indipendenza eritrea fin dagli anni Settanta, facendone conoscere le ragioni, appoggiandola politicamente, visitando le aree liberate e stabilendo stretti rapporti di collaborazione con le comunità esiliate in Italia. Grande è quindi la delusione di fronte ai risultati a cui ha portato l'attuale leadership che, giorno dopo giorno, ha posto l'Eritrea sotto il giogo di una brutale dittatura, liberandosi perfino, con la pretestuosa accusa di tradimento, di compagni della guerra di liberazione e di membri del governo e spegnendo senza indugi e con brutalità ogni possibilità di espressione e di critica.
La situazione dei diritti umani in Eritrea ha subito negli ultimi anni un lento ed inesorabile degrado. Le riforme democratiche annunciate dal governo alla vigilia dell'indipendenza dall'Etiopia, sono state in gran parte disattese: il processo costituzionale, l'istituzione di un'assemblea costituente e la creazione di un democrazia multipartitica sono stati lungamente rimandati a causa della guerra. Tuttora il Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia, del presidente Issayas Afewerki, continua a essere l'unico partito autorizzato. Il tentativo di indire libere elezioni nel dicembre 2001 è fallito e di fatto oggi l'Eritrea è una dittatura monopartitica e autoleggittimata in cui le interferenze del governo sul potere giudiziario si sono rivelate arbitrarie oltre che smisurate.
La situazione dei diritti umani è stata, negli ultimi anni, oggetto di numerose denunce e di tensioni tra il governo eritreo e la comunità internazionale. In particolare l'espulsione dell'ambasciatore italiano nel settembre del 2001 ha portato l'Unione Europea a ritirare dal paese i propri rappresentanti generando così una pesante frattura nei rapporti diplomatici con gli stati membri. L'Unione Europea ha in quella occasione espresso la propria preoccupazione per gli arresti ingiustificati di personalità politiche e giornalisti indipendenti, e per la messa al bando degli organi di stampa indipendenti, definendo le misure adottate da Issayas Afewerki una "deriva autoritaria".

Preoccupante era stato, precedentemente, il ritardo con cui l'Eritrea ha sottoscritto la Convenzione di Ginevra accettando così l'accesso ai prigionieri di guerra etiopi da parte del Comitato Internazionale della Croce Rossa. Continue violazioni dei diritti umani sono state riportate negli ultimi anni sia da organizzazioni specializzate come Amnesty International e Human Rights Watch, che da organi di stampa internazionali. Infatti il regime dittatoriale, oltre a proibire la formazione di nuovi partiti politici, reprime sistematicamente le libertà di opinione ed espressione politica e di associazione. Gli arresti arbitrari di giornalisti della stampa indipendente sono stati numerosissimi in questi anni e sono spesso stati mascherati con richiami improvvisi al servizio di leva. Servizio che rimane obbligatorio per gli uomini e le donne di età compresa fra i 18 e i 45 anni, e non prevede obiezione di coscienza; mentre richiami alla leva possono essere arbitrariamente ordinati in qualsiasi momento senza possibilità di rinvio o esenzione.
La stampa indipendente è stata sospesa dal governo per "non essersi attenuta alla relativa legge". Sono inoltre diventati sempre più frequenti gli arresti di funzionari del partito governativo in dissenso con le posizioni del presidente Issayas Afewerki. Il più clamoroso di questi, avvenuto nel settembre 2001, ha visto la detenzione senza accusa né processo di undici alti dirigenti per aver scritto una lettera aperta ai compagni di partito accusando il governo di agire in modo "illegale e incostituzionale". Numerosissimi anche i fermi e le detenzioni senza processo, nonché i processi iniqui celebrati dal Tribunale Speciale, spesso condotti a porte chiuse, senza difesa e senza la possibilità di ricorso.
Dopo più due anni di presenza in Eritrea a soccorso delle popolazioni stremate dalla guerra e dei profughi rientranti nei propri villaggi, INTERSOS ha deciso di interrompere le attività il 15 aprile 2003, denunciando l'intollerabile situazione politica e sociale, l'assoluta assenza dei diritti fondamentali, il clima di continuo stato di guerra, con conseguenze economiche sempre più pesanti, in cui la popolazione eritrea è costretta a vivere anche in tempo di pace. Si tratta di una decisione grave, ma la riteniamo doverosa per denunciare l'ancor più grave situazione che sta vivendo il popolo eritreo e la cecità del Governo italiano che continua a non voler vedere e a mantenere rapporti di cooperazione privilegiati

Milano - La situazione dei profughi e dei rifugiati politici eritrei, etiopi e sudanesi
Le testimonianze raccolte da Laura Reggiani e Mattia Avigo, volontari NAGA
27 novembre 2006
Più di duecento eritrei, sudanesi ed etiopi fuggiti da dittature militari, da persecuzioni e da torture anche quest’anno (2006) sono costretti a sopravvivere a Milano, nella fatiscente ex caserma di via Forlanini.

Dopo estenuanti viaggi, l’accoglienza che trovano in Italia inizia spesso in un Centro di Permanenza Temporanea (Cpt) del sud Italia, dove vengono identificati e dove, coloro che riescono, presentano domanda di asilo politico. I fortunati passano poi dalla Commissione Territoriale che decreterà il loro status giuridico. I pochi che riusciranno a ottenere un permesso di soggiorno per motivi umanitari o per asilo politico, verranno fatti salire sul primo treno verso il nord Italia. Una volta arrivati a Milano la loro situazione è disperata: nessuna accoglienza, non parlano italiano e così comincia per loro una quotidiana lotta per la sopravvivenza.

Lo stabile occupato di via Forlanini è senza acqua, luce e servizi igienici. Per arrivare nei quattro locali in cui dormono circa duecento persone, è necessario camminare tra quintali di rifiuti dove solo i ratti sembrano essere a loro agio, tanto da non temere la presenza delle persone con cui condividono lo spazio vitale. Entrando, dopo aver spostato la tenda che fa da porta d’ingresso, negli stanzoni in cui dormono fino a 45-50 persone ammassate in modo da non congelare, si viene assaliti da un odore acido che toglie il fiato e sembra bruciare la gola. E’ qui che le pessime condizioni igieniche, mischiandosi al sovraffollamento, creano le condizioni ideali per la diffusione di scabbia e tubercolosi.

E poi ogni mattina ricomincia il vagabondare quotidiano, alla ricerca di una impossibile alternativa di vita; la ricerca di un posto dove dormire, di una mensa, di un improbabile lavoro, di qualche sicurezza, della propria identità e dei propri diritti che immancabilmente vengono disattesi.

Tutte queste persone vivono alla giornata usufruendo della carità di uno stato dove sono costrette a rivivere continuamente la negazione dei diritti nonostante l’Italia abbia accordato loro un permesso di soggiorno che dovrebbe garantire la sicurezza che gli è stata negata nel paese d’origine. Qual è il senso di una protezione sancita da un permesso di soggiorno, che da una parte dovrebbe tutelare delle persone che sono riuscite a fuggire dalle violenze dei loro paesi d’origine e dall’altra le abbandona a loro stesse, esponendole a rischi altrettanto grandi?

Solo quando arriva l’inverno milanese e il dramma della loro sopravvivenza raggiunge livelli insopportabili, costringendoli a reclamare una sistemazione migliore e ad avere "l’assurda pretesa" di voler essere trattati come esseri umani, le istituzioni fino a quel momento latitanti, cominciano a parlare di emergenza e elemosinano posti letto nei dormitori fino all’arrivo della primavera. Solo piccole soluzioni temporanee, e non per tutti, che non aprono alcuna prospettiva a un processo di integrazione a lungo termine, nonostante le strutture e il sistema di accoglienza siano previste dalla legge Bossi-Fini e lo stesso comune di Milano partecipi al Sistema di Protezione per richiedenti asilo e rifugiati (ex PNA) che prevede per loro l’alloggio in appartamenti o in strutture collettive, il vitto, l’aiuto a conoscere i servizi disponibili sul territorio e la possibilità di accedervi, i corsi di lingua italiana, l’assistenza legale; dovrebbero anche essere messi al corrente dei diritti e delle opportunità di cui possono godere ed essere accompagnati lungo il percorso di inclusione e integrazione. Per ora il comune di Milano non garantisce nulla di quanto è previsto da questo sistema di sostegno di cui fa parte. Fa riflettere, e speriamo non solo noi, quello che ci dice un ragazzo eritreo incontrato in via Forlanini: "Quale sicurezza abbiamo trovato qui? Nei nostri paesi anche i cani hanno una dignità, qui noi siamo meno di un cane".

Il Comitato di coordinamento profughi e richiedenti asilo milanese ha indetto un PRESIDIO che si è svolto a fine ottobre davanti al Municipio di Milano, a palazzo Marino, per richiamare l’attenzione sulla loro drammatica situazione.

Sotto una pioggia battente decine di persone hanno manifestato per ore con cartelli e striscioni per dare voce a un disagio sempre più doloroso e per chiedere alle istituzioni risposte concrete.

Michael Kidane, presidente del "Coordinamento Democratico Eritrei in Italia" riflette sulle aspettive della mobilitazione:
"Stiamo facendo questo presidio per protestare contro l’insensibilità delle istituzioni milanesi nei confronti degli immigrati e dei rifugiati politici. Questa situazione si ripete ormai ogni anno, il numero dei rifugiati è notevolmente aumentato e la situazione è diventata drammatica. Vogliamo portare a conoscenza della città la realtà di questa gente che vive in condizioni indescrivibili e cercare di far capire che questo non è solo un problema del sindaco, ma della città, un problema che investe tutti. Se lo Stato concede un permesso umanitario deve anche dare un aiuto per cominciare un percorso di inserimento. Fino ad ora ci hanno ricevuto solo rappresentanti dei partiti dell’opposizione che hanno fatto un quadro di quello che è lo stato attuale e ci hanno assicurato che erano già state prese delle iniziative presso l’assessorato agli Affari Sociali. Si sono impegnati a trovare almeno una soluzione temporanea immediata per poi garantire a tutti una prospettiva migliore. Possiamo solo sperare che si trovino al più presto delle soluzioni".

Anche altre sono le voci ascoltate sotto i rovesci di pioggia.

Ci dice Samuel , ragazzo etiope:
"Nel mio paese ero un perseguitato politico e non riuscivo a sopravvivere. Sono scappato. Non sono un delinquente, voglio trovare un lavoro onesto ma per ora non faccio niente e dormo ai giardini pubblici. La mia speranza di una vita migliore è ancora molto lontana".

Ci dice H. C., ragazzo eritreo:
"Qui in Italia dormiamo sui marciapiedi e questo, per un paese che si definisce civile, dovrebbe essere molto imbarazzante. Dobbiamo avere la possibilità di imparare la vostra lingua, frequentare corsi di formazione professionale per inserirci nel lavoro e nella società".

Dice Zara, ragazza eritrea:
"Vengo dalla campagna, ho trent’anni e non capisco la vostra lingua, non conosco la città e ho molta difficoltà a muovermi e a farmi comprendere. Ho un bambino di sette anni, Ahmed, che oggi è qui con me. Dormiamo in via Forlanini ed è potuto andare a scuola solo per un mese. Come faremo se nessuno ci aiuta? In Eritrea non avevamo da mangiare e non volevo che mio figlio fosse poi costretto a entrare nell’esercito per essere torturato o ucciso".
"Ho ottenuto l’asilo politico, ma questo non mi basta per vivere. Vorrei rimanere a Milano, solo che qui ho la sensazione che nessuno mi voglia. Quando prendo la metropolitana molti mi guardano con ostilità e non mi sento certo accettato. E’ una brutta sensazione." (Hasser, eritreo)

Anche quest’anno sembra che siano state trovate soluzioni provvisorie per coprire l’emergenza freddo e superare l’inverno; solo briciole di elemosina a chi giustamente rivendica invece il proprio diritto di cittadinanza.

Documento a cura del Progetto Melting Pot Europa web site: http://www.meltingpot.org

Immagina…

Immagina di fuggire dal tuo paese, ad esempio l'Eritrea, e di dover lasciare il posto dove sei cresciuto e dove hai vissuto per trent'anni. Immagina di aver costruito in quel posto una famiglia, di aver cresciuto sette figli con la donna che ami.
Immagina di fuggire da tutto questo.

Adesso impegnati per credere che tu abbia attraversato, percorrendo trecento chilometri, uno stato in guerra col tuo, per esempio l'Etiopia, per poter sperare in un futuro migliore.
Immagina, adesso, di esser salito su di un camion con altre decine di persone a di aver viaggiato per venti giorni in mezzo a un deserto per arrivare in Libia. Sforzati di credere che ti portavi dietro solo un litro d'acqua.

Pensa che ora, per essere al sicuro dal tuo paese, ti resta solo da attraversare un braccio di mare che separa la Libia dall'Italia e, poi, finalmente la vita potrà ricominciare. Per il viaggio in mare ti servono ancora tremila euro e allora ti fai aiutare da qualche tuo connazionale per fare qualche lavoretto, con la paura che l'esercito ti trovi e ti rispedisca nel tuo paese.
Sei mesi di lavoro e riesci a trovare i soldi per partire. La tua barca per la salvezza parte con te sopra e, finalmente, arrivi in un paese che ti può garantire la sicurezza che cerchi. In questo paese potrai lavorare e ricostruirti una vita con la tua famiglia.

Immagina, ora, di non conoscere la lingua di questo paese, di non avere né amici né parenti che ti possano aiutare. Vieni portato in un campo dove ti viene chiesto chi sei e perché sei lì. Alcuni giorni dopo, ti viene dato un foglio di cartoncino, un permesso di soggiorno per motivi umanitari, e ti viene detto che da quel momento sei libero di andare dove ti pare. Ti viene consigliato da alcuni militari di andare a Milano perché lì sapranno aiutarti. Ti insegneranno a parlare la lingua nuova… dicono… ti daranno un posto dove dormire e ti aiuteranno a cercare un lavoro.
Fiducioso, sali sul primo treno per Milano mentre il tuo biglietto, anche se non puoi saperlo, dice Salerno. Arrivi in stazione Centrale a Milano che sei distrutto e frastornato. In Inglese, provi a chiedere informazioni alle persone che incontri senza ottenere risposte.
Quando finalmente incontri un tuo connazionale, questo ti accompagna nel posto in cui abita, dicendoti che potrai restare lì anche tu se lo vorrai. La sistemazione non è quello che ti immaginavi, ma ti adatti. Così, per qualche mese, inizi ad abituarti a dormire per terra in stanze senza luce. Non c'è nemmeno l'acqua per lavarti e mancano anche i bagni. Ti abitui anche ai topi e ai quintali di rifiuti e agli odori nauseabondi.
Dopo qualche giorno, ti viene suggerito di andare allo sportello rifugiati del comune, ma lì ti dicono che non possono far nulla per te, perché non hai la residenza a Milano ma a Crotone. Un po' più confuso di prima, te ne torni in viale Forlanini dove dormi, passando prima dalla Caritas dove puoi mangiare gratuitamente.
Immagina di andare avanti così per mesi: dividendo la giornata tra la mensa, il corso di italiano e gli sportelli del comune o della questura,ma non riuscendo davvero mai a realizzare con precisione che cosa ti stia accadendo.
Decidi allora di dare una svolta alla situazione e cercare un futuro in un paese come la Svezia, dove sai che abita un tuo parente. Una volta in Svezia, riesci anche a trovare un lavoro e a metterti in contatto con la tua famiglia.
Tutto sembra migliorare fino a quando un giorno vieni fermato per un controllo dalla polizia. Ti viene detto che, secondo la Convenzione di Dublino, tu devi tornare nel primo paese in cui sei stato che abbia sottoscritto la Convenzione di Ginevra. Mentre le tue idee si fanno sempre meno chiare vieni accompagnato all'aeroporto e fatto salire su un aereo che ti porta a Genova. Appena tocchi il suolo a Genova, incontri dei militari che ti danno un foglio di carta che dice che devi andare nella questura di Crotone per regolarizzare la tua posizione in Italia.
Senza soldi e sempre più disorientato prendi un treno per Milano, unica città di cui conosci qualcosa.
Dopo poche settimane di permanenza a Milano, nella storica ex-caserma di viale Forlanini, cessi di esistere anche fuori oltre che dentro.
Così, come la tua esistenza era stata sospesa ed aggrappata ad un filo, così rimane il tuo corpo senza vita.

Ora impegnati davvero a credere che questa è una storia realmente accaduta nell'anno 2007, in un paese che è l'ottava potenza mondiale, in una delle metropoli più ricche del mondo. Sforzati di credere che in condizioni simili vivono, solo a Milano, un migliaio di persone e che le istituzioni non vogliono affrontare il problema.

Mattia Avigo, volontario NAGA

TESTIMONIANZE

il mio nome è M.A:,
giugno 2005 comincia il mio viaggio dall'eritrea al sudan e dal sudan alla libia e poi in italia. Io non avevo problemi economici ma problemi politici. Essi cominciano nel 2001 . nel 97 comincio l'università in eritrea ed è difficile studiare all'università in eritrea perché è piccola. Ci sono solo 1400 persone che si laureano ogni anno.
Nel 2001 c'è una manifestazione e dopo questa io e altre 9 persone veniamo portate in prigione. La manifestazione viene fatta per i molti problemi politici che affliggono l'eritrea. Veniamo imprigionati per due mesi in container che raggiungono temperature superiori ai 45 gradi.
Quando vengo rilasciato, mi viene impedito di continuare i miei studi all'università e vengo arruolato nell'esercito nazionale per il servizio militare.
Io volevo continuare i miei studi….
Dopo io persi le speranze….

Noi siam venuti in un paese dove ci hanno detto che danno asilo politico: ti danno un pezzo di carta e poi sei abbandonato. Noi che abbiamo un permesso di soggiorno, un documento per potete vivere siamo comunque in condizione di non poter vivere. Allora ci sia data la possibilità di essere cacciati almeno abbiamo un motivo per andare da qualche altra parte. Perché moltissimi di noi che sono qui, sono stati lalestero e poi siamo tornati qui ricacciati. Stiamo girovagando per tutta l'europa. Diventa una cosa banale e importante dal punto di vista del contenuto che l'italia organizza la croce rossa che deve andare ad aiutare in questo posto, questo posto… dice che manda gli aiuti in eritrea, di qua di là… mentre qui non fa nulla e questo è grave perché vuol dire che non c'è sensibilità, è tutta propaganda.
Questo atteggiamento che c'è in italia nei confronti degli eritrei e dei richiedenti asilo di repressione, è uguale se non peggiore di quello che abbiamo vissuto in eritrea. Quindi noi passiamo da un posto dove c'è la repressione e non abbiamo diritti ad un posto dove i diritti sono lo stesso mancanti.
La cosa che mi preoccupa non è tanto io oggi. La cosa che preoccupa è che stanno arrivando tantissimi. Quindi bisogna cominciare ad intravedere delle soluzioni altrimenti non so come andrà.

Io sono stato espulso dall'Inghilterra già tempo fa. Io sono stato in Inghilterra poi sono stato rimandato qui, poi sono stato in Germania e in carcere per 3 mesi perché ogni volta che ho tentato di andare via sono stato preso e messo in carcere. Questa è solo una piccola parte di tutto il disagio, in realtà se andate ad hover o in francia oppure anche al londra è pieno di persone passate da milano o dall'italia, che hanno tentato di chiedere asilo. Ma anche in germania ce ne sono tantissimi. Il problema lo vedo nel senso che di nuovo arriveranno ancora tanti di ritorno da quelle zone… io non sto più alle parole che le associazioni mi raccontano. Noi dobbiamo fare un'assemblea dove tutti insieme sottoponiamo a una mozione che cosa fare. Secondo me dobbiamo radunare tutti i permessi di soggiorno e consegnarli alle autorità

Siamo andati in alcune cooperative, dove ci hanno fatto le fotocopie del permesso di soggiorno. Alcuni di noi hanno lavorato per un paio di giorni qualcuno un po' di più… poi alla fine ci hanno mandato via e hanno fatto lavorare con i nostri documenti delle altre persone. Questo non per dare la colpa ai lavoratori ma per sottolineare un'ulteriore difficoltà e ingiustizia a cui spesso andiamo incontro. Il fatto che non abbiamo il documento con la residenza a Milano e il non abbiamo una casa, diventa determinante anche nel momento in cui cerchiamo lavoro.

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Lunedì 23 ottobre
La totalità dei ragazzi/e immigrati con regolare Permesso Umanitario(esseri umani per chi non l'avesse capito), che da settimane sono costretti a "vivere" in via Forlanini in una caserma abbandonata in condizioni insostenibili, decidono di fare un presidio davanti a palazzo Marino (Municipio di Milano), per chiedere risposte concrete alla loro situazione.
Parla Michael Kidane rappresentante dell'associazione Eritrei.

Per quale motivo siete qui e quali sono le vostre intenzioni?
Di fronte ad una insensibilità da parte anche delle istituzioni al problema degli immigrati che purtroppo ogni anno si ripete, l'anno scorso è sfociato in qualcosa che tutti ricordiamo (via Lecco ndr), gli anni precedenti ci sono state delle soluzioni parziali e comunque siamo riusciti a far fronte alla situazione, quest'anno il volume delle persone che sono arrivate è stato enorme…Fino che c'era l'estate ci si poteva arrangiare fuori, adesso la situazione diventa problematica. La maggioranza adesso dormono in questa ex caserma dimessa in via Forlanini in una situazione veramente indescrivibile. Noi vogliamo portare a conoscenza della città questa situazione e far conoscere pacificamente che questo non è un problema di un sindaco o di una amministrazione locale ma è un problema della città, è un problema che investe tutti. Quindi tutti devono mettersi insieme e dire: abbiamo trovato una soluzione. Quello che ci aspettiamo è questo, null'altro.
Noi siamo sicuri che poi, una volta data loro la possibilità di poter avere un luogo d'appoggio per incominciare a pensare a come organizzarsi; una volta che si possono iscrivere per andare a lavorare nelle cooperative o comunque un lavoro anche precario di qua o di la lo trovano. Una volta che c'è un'opportunità si lanceranno e saranno parte produttiva di questo paese che anche ne ha bisogno.
Tutti questi ragazzi hanno per motivi umanitari il permesso di soggiorno, quindi qualcosa hanno, però esistono delle clausule che dicono che la persona con permesso umanitario si deve arrangiare, benissimo che si arrangi anche lui, però che gli si dia la possibilità di disporre di un percorso e di un aiuto. Questo è il senso del presidio e delle nostre richieste

Tre rappresentanti delle persone che sono in piazza vengono ricevute a palazzo Marino dalle forze politiche. All'uscita Michael Kidane riassume come è andata.

Abbiamo chiesto di poter incontrare esponenti della maggioranza e anche della minoranza dei consiglieri. Ci hanno ricevuto esponenti dell'ulivo, di rifondazione… comunque dell'opposizione. Non abbiamo capito perché non sono venuti quelli della maggioranza. Comunque non è questo il problema. Abbiamo discusso con 6 esponenti dell'opposizione della situazione dei ragazzi, del loro disagio e quello che si aspettano dalle istituzioni. Si è fatto un quadro di tutta quella che è la situazione di disagio. I rappresentanti dell'opposizione ci hanno detto che avevano già preso iniziative presso l'assessorato agli affari sociali e che si faranno interpreti delle nostre richieste per quanto riguarda il disagio in cui vivono queste persone.
Dalla loro parte si sono impegnati personalmente ma anche collettivamente come gruppo d'opposizione a trovare anche una soluzione temporanea immediata e poi continuare un lavoro di miglioramento della situazione dei profughi e richiedenti asilo politico in modo che si possa dare a queste persone una prospettiva migliore rispetto a quella che è oggi.
Contemporaneamente in prefettura c'è un tavolo di incontro anche con l'assessore agli affari sociali dove speriamo che si stiano cercando delle soluzioni.

Venerdì 27 ottobre
Assemblea dopo lo sgombero di via Kramer, operato nei confronti di alcuni degli immigrati con regolare Permesso Umanitario che da settimane sono costretti a "vivere" in via Forlanini in una caserma abbandonata, senza acqua, luce, servizi igenici…
Quattro ragazzi prendono la parola e un volontario dell'associazione Eritrei traduce per i pochi italiani presenti.

Nei nostri paesi anche il cane ha una dignità. Noi qui siamo sotto il cane come animale, siamo a dormire sui marciapiedi e questa è una situazione molto imbarazzante per un paese che è un paese sviluppato.
Quindi il rimandare oggi, domani, oggi, domani, è una situazione che in qualche modo ci sta stufando.
Ci sono delle persone, la polizia lo sa, è stata trovata una persona morta nel giardino di porta Venezia e noi è da tanto tempo che stiamo per strada e tutti quanti lo sanno.
La polizia è venuta tante volte a censirci e visto che la situazione si sa, il non trovare la soluzione, rimandarla a domani, dopodomani, è una situazione abbastanza grave.
In sintesi vogliamo che la soluzione arrivi al più presto possibile.

Noi oltre il dormire e il mangiare in questi sei mesi, dobbiamo avere la possibilità di formarci magari con qualche corso di formazione per poterci poi inserire nel mondo del lavoro, per essere delle persone capaci di guidare la propria vita. Noi speriamo che ci possa essere una formazione linguistica e professionale.

Adesso come adesso, nelle questure dove abbiamo avuto il primo permesso di soggiorno, non ce lo vogliono rinnovare più, il documento di viaggio non ce lo danno. Quindi i luoghi dove ci manderanno adesso devono essere dei luoghi dove noi possiamo rinnovare il nostro permesso di soggiorno e poter avere tutti i documenti che ci permettano di inserirci. Quindi deve esserci la possibilità di cambiare i documenti e avere dei documenti che ci permettano di lavorare.

Quando il governo italiano ci accoglie, sa benissimo di cosa abbiamo bisogno e cosa c'è da fare.
Non si può andare avanti in questo modo annualmente in una situazione di precarietà e di emergenza. Si sa benissimo che finché la situazione giù nei nostri paesi è così continuerà il flusso. Speriamo quindi che questa soluzione non sia limitata solo a noi perché ci sono delle persone che sono arrivate ieri, che arriveranno oggi e domani anche. Quindi che sia una situazione ben saputa che va affrontata seriamente.

Lettera aperta su via Forlanini e non solo

È nell'impegno quotidiano che dobbiamo prenderci la rivincita nei confronti dell'indifferenza e dei ghetti (mentali e fisici) che comandano questa Città.
Una Città in cui le soluzioni si trovano solo quando le persone alzano la voce. Solo quando sono in grado di organizzarsi, prendere coscienza di loro stesse e rivendicare con forza i loro diritti.
In quel momento e solo in quel momento, le persone vengono trattate come PERSONE.

Io credo che il NAGA debba lottare "con il cuore e con la testa" al fianco delle persone di via Forlanini affinché vengano trattate come PERSONE DI VIA FORLANINI con nomi, cognomi, storie e soprattutto con DIGNITÀ!

Bisogna però fare attenzione, perché alla maggior parte delle realtà esistenti a Milano che hanno a che fare con l'immigrazione, della dignità delle persone che "AIUTANO" ,non gliene frega nulla.

Più importante di quello che fanno o non fanno gli altri però, c'è quello che facciamo o non facciamo noi.
Davvero importante, è quanto ad ognuno di noi interessi davvero la DIGNITÀ di queste persone.
Importante è quanto coraggio e quanta voglia abbiamo noi, di rivendicare che quelle PERSONE SONO PERSONE COME NOI e non merce di scambio da barattare con l'associazione che offre più garanzie e più silenzio (vedi Caritas & co).
E qui in gioco non c'è solo la DIGNITÀ dei ragazz* immigrati ma anche la DIGNITÀ del NAGA e dei suoi volontari.

Dobbiamo assumerci la responsabilità di comprendere bene il problema e di portarlo fuori, in faccia alla gente. Dobbiamo essere cassa di risonanza e qualcosa di più.
Dobbiamo provare a condividere con più persone possibili le ragioni di questi ragazz*, consapevoli che parlando di via Forlanini non potremo e non dovremo parlare solo di quello. Perché in ballo non c'è solo una questione di numeri ma di DIRITTI. Perché non si parla di un problema di ordine pubblico ma di PERSONE. Perché non si parla solo di permessi umanitari ma del diritto a vivere decentemente in qualsiasi parte del mondo si voglia.

È possibile inventare ed elaborare infinite iniziative di informazione. Importante sarà però far partecipare in prima linea gli immigrati e capire da loro che cosa è giusto fare per la loro situazione.

Chiunque possiede materiale che ritiene interessante condividere con gli altri, può darlo al gruppo osservatorio-comunicazione-ricerca che potrà raccoglierlo e diffonderlo nell'associazione. Meglio ancora se vuoi partecipare alle attività di questo gruppo.

VIALE FORLANINI: L'EMERGENZA SI TRASFORMA IN REALTÀ QUOTIDIANA.

Era il mese di settembre e gli organi informativi (per la verità pochissimi) parlavano di emergenza profughi. Questa emergenza trovava visibilità a Milano nell'ex caserma abbandonata di viale Enrico Forlanini: la strada di periferia che porta all'aeroporto di Linate. Qui sopravvivevano tra i topi, senza acqua, luce e servizi igienici, circondati da quintali di rifiuti, più di 200 persone tra Eritrei, sudanesi e Etiopi tutti con regolare permesso di soggiorno per motivi umanitari o con l'asilo politico.
In concreto tutte persone in fuga dalla guerra e da persecuzioni personali, speranzosi di poter trovare in Italia un rifugio.
Allora si parlava di emergenza, con le istituzioni che elemosinavano in novembre circa 80 posti letto in attesa dell'apertura dei dormitori per l'emergenza freddo.
Tutto questo, bisogna ricordarlo, a distanza di nemmeno un anno dalla fine dell'occupazione di via Lecco. Occupazione che vide protagonisti ancora una volta rifugiati e profughi del corno d'Africa i quali non potendo più sopportare la condizione di degrado di viale Forlanini, decisero di cercare visibilità occupando uno stabile nel centro di milano.
Quest'anno forse complice il clima meno rigido e il maggior interesse mostrato inizialmente dalle istituzioni, a viale Forlanini non è seguita una via lecco e così non c'è nemmeno stato il bisogno di provare ad elemosinare posti letto per tutti. La periferia infatti (viale Forlanini) a differenza del centro, garantisce quell'invisibilità sufficiente a non trasformare un'occupazione in un problema di ordine pubblico. Anche in viale Forlanini infatti si tratta di occupazione ma essa porta con se una caratteristica particolare:non mostra il degrado davanti agli occhi della gente bene che così può continuare a fare sogni tranquilli e pensare alla povertà come ad un eco lontano.
Se i mass-media non ne parlano e la società civile tace, non è nemmeno scandaloso che M. 30 anni stia dormendo ancora oggi in Forlanini con altre 70 persone. M. è stato riconosciuto rifugiato politico ed è in Italia da ormai quasi un anno. L'italiano lo conosce bene perché ha avuto modo di impararlo in un ospedale della Sicilia dove in otto mesi è stato sottoposto a cinque operazioni al torace che lo hanno salvato. Dopo la dimissione gli è stato consigliato di andare a Milano dove avrebbe trovato un percorso di inserimento una casa e le cure di cui avrebbe necessitato. La meta del suo viaggio si è invece rivelata essere uguale a quella di altre centinaia di uomini e donne africani: Viale Forlanini. Oggi a ricordargli le torture subite al suo paese non c'è solo la plastica delle operazioni ma anche il degrado e le umiliazioni quotidiane di chi non ha diritto ad un futuro.

Lui è solamente uno dei circa settanta ragazzi il cui nome non è stato inserito in una lista per un posto letto e tantomeno in una lista che preveda percorsi di inserimento nella loro nuova società come invece sarebbe giusto aspettarsi da un paese che affrontasse l'immigrazione con spirito di integrazione.
Mentre la politica si prende i suoi tempi, nell'ex caserma la sopravvivenza continua e tra i quintali di rifiuti si trova anche lo spazio per abbozzare una cucina. Qualcuno è anche riuscito a recuperare delle reti per i materassi e in un paio di casi a ricavarsi anche un angolo in cui portare della mobilia.
Ci sono voci che dicono che il comune dopo la pausa natalizia stia riprendendo le trattative per trovare ancora una settantina di posti in alcune delle città della Lombardia; riuscendo così a trovare soluzioni parziali e deludenti per 150 persone a fronte di quasi 500 passaggi registrati in viale Forlanini.
Vorrei davvero trarre da questa vicenda alcuni spunti positivi, vorrei provare a capire quali insegnamenti abbiano potuto assimilare le istituzioni dall'affronto di questa ennesima "Emergenza" uguale a tante altre "emergenze". Perché la mia impressione è che gli avvenimenti che oggi fanno da sfondo alle storie di questi profughi non stiano di certo calando. Credo che avvenimenti recenti come la guerra tra le corti islamiche e il governo Somalo appoggiato dall'Etiopia e l'entrata in scena nel conflitto degli USA, altro non possano fare che aumentare il numero di profughi da queste zone e di conseguenza aumentare gli sbarchi sulle coste italiane.
Credo che poco o nulla sia stato fatto per provare ad uscire del ciclo dell'emergenza se non sperare che il fenomeno si ridimensioni in qualche modo.
Se non ci sarà un confronto serio su questo argomento nella società civile e una forte apertura da parte delle istituzioni, non si può altro che prevedere un tutto esaurito in viale Forlanini anche per la stagione 2007-2008 e perché no, anche una nuova via Lecco.

Mattia Avigo volontario NAGA